7 maggio 2017

39° anniversario  Beatificazione

di Madre Enrichetta Dominici

 

 

Con immensa gratitudine a Dio,

vogliamo oggi ricordarla e festeggiarla,

per seguire i suoi luminosi esempi.

 

 

Riportiamo di seguito l’Omelia pronunciata da Papa Paolo VI il giorno della Beatificazione

   

La Chiesa tutta è oggi in festa perché può presentare alla venerazione ed alla imitazione dei suoi figli e delle sue figlie una nuova Beata: Maria Enrica Dominici delle Suore di Sant’Anna e della Provvidenza!

Ad una prima impressione, la vicenda terrena della Beata Maria Enrica - la cui biografia abbiamo or ora ascoltato - sembra quella ordinaria di una Religiosa vissuta nella seconda metà dell’Ottocento, e pertanto legata e condizionata da una mentalità, che oggi potrebbe apparire sorpassata.

Ma appena noi ci addentriamo nell’approfondimento e nella contemplazione di quest’anima, vi scorgiamo una ricchezza, una fecondità, una modernità che ci affascinano e ci trascinano. Siamo aiutati in questo spirituale scandaglio sia dalle testimonianze di coloro che l’hanno conosciuta ed hanno vissuto per anni accanto a lei, come pure dall’Autobiografia e dal Diario, scritti per ordine del Direttore spirituale, e dalle numerose Lettere, che di lei ci rimangono.

Maria Enrica Dominici è stata, anzitutto una donna, una religiosa, che ha avuto e sperimentato, in maniera forte e viva, il sentimento della fragilità essenziale dell’essere umano e il senso della assoluta grandezza e trascendenza di Dio. E’ il messaggio fondamentale che, già nell’Antico Testamento, aveva trovato nel libro del profeta Isaia una delle sue più alte espressioni teologiche e poetiche: “Ogni uomo è come l’erba e tutta la sua gloria è come un fiore del campo... Secca l’erba, appassisce il fiore, ma la parola del nostro Dio dura sempre... Dio eterno è il Signore, creatore di tutta la terra” (Is 40, 6.8.28; cfr. 1Pt 1,24). La grandezza di Dio manifesta, per contrasto, la povertà essenziale dell’uomo; e questi, pertanto, diventa qualcosa soltanto nella misura in cui coscientemente agisce alla luce della volontà dell’Altissimo.

Un messaggio chiaro, che coinvolge in particolare l’uomo contemporaneo, il quale sente riecheggiare, a tutti i livelli, le contestazioni nate dal fenomeno della secolarizzazione.

Maria Enrica Dominici giovanissima comprende che val la pena consacrarsi a Dio, e - come ella stessa ci confessa - si deliziava “nel desiderio sempre crescente di farsi buona e di servire di vero cuore il Signore”; e. riecheggiando le celebri parole di S. Agostino (cfr. Confessioni, I,1), essa riconosce: “solo il mio Dio poteva riempire e saziare il mio povero cuore; di tutto il resto non mi curavo”.

Ma Iddio, che essa fin da bimba ha cercato e trovato e al quale vuole servire per tutta la vita, le si presenta come il Padre di infinito amore. Alla scuola di Cristo, essa, nei suoi scritti, nelle sue lettere, nelle sue conversazioni, chiamerà Dio col nome familiare e dolcissimo di “Babbo mio”, e con una semplicità e sicurezza, che solo le anime piene di fede possono avere, scriverà: “Mi pareva di stare tutta riposata in seno a Dio come una bambina in seno alla mamma, che dorme tranquillamente: amavo Dio, e direi quasi, se non temessi di esagerare, che gustavo la di Lui bontà”.

La donazione a Dio nella vita religiosa comporta un abbandono assoluto alla sua volontà (cfr. Mt. 7,21). Maria Enrica ha deciso di compiere sempre, a qualunque costo, la volontà di Dio: “Sono tutta del mio Dio ed Egli è tutto mio. Di che cosa potrò temere?” - scrive - “E che cosa non potrò io fare e patire per amore di Lui, essendo tutta sua?... Mio Dio voglio fare la volontà vostra e nient’altro”.

Questo, pare a noi, è il primo aspetto saliente della figura spirituale della nuova Beata; aspetto essenzialmente religioso, che comporta un duplice simultaneo riconoscimento, quello della infinita trascendenza dell’ineffabile Iddio, e quello non meno ineffabile dell’intimità, che Dio stesso, per il tramite misterioso di Cristo, concede a chi non la rifiuta autorizzando a rivolgersi a Lui col nome sommo e confidenziale di Padre, che immette in noi lo spirito e il linguaggio di figli privilegiati dell’adozione (cfr. Rm 8,15; 9,4; Gal 4,5; Ef 1,5).

A questo primo aspetto, che potremmo dire teologico, della Beata Maria Enrica Dominici, un altro suo aspetto caratteristico, (anche se condiviso da non poche altre figure religiose del suo tempo), ci sembra doveroso mettere in rilievo, ed è quello ascetico anch’esso proprio della vita religiosa. La consacrazione religiosa implica inoltre spogliazione, rinnegamento di sé, rinuncia, sofferenza, perché la religiosa deve essere la sposa fedele che segue il Cristo nel suo cammino verso la Croce (cfr. Mt. 16,24; Lc 9,23). Già nei propositi per la professione religiosa Maria Enrica, convinta del valore incomparabile della “sapienza della Croce”, scriveva: “Farò sovente la mia dimora nell’Orto degli Ulivi e sul Monte Calvario, ove si ricevono lezioni importantissime e utilissime”.

Giovanissima aveva sognato il chiostro. Dio invece aveva altri disegni. A 21 anni essa entrava nell’Istituto delle Suore di Sant’Anna e della Provvidenza, opera che era sorta nel 1834 a Torino per iniziativa dei pii coniugi piemontesi i Marchesi Falletti di Barolo, Carlo Tancredi e Giulia Colbert, con lo scopo di offrire un’adeguata educazione alle ragazze di famiglie meno abbienti. A questa Congregazione, dalle finalità spirituali in sintonia con le esigenze dei tempi, Madre Enrica nei suoi 33 anni di Generalato darà uno slancio e un ardore straordinari, con una eccezionale apertura e lucida visione dei problemi che urgevano nell’Italia e nella Chiesa in quel periodo complesso e intricato che va dal 1861 - anno della prima elezione della Beata a Superiora Generale - fino al 1894, anno della sua pia dipartita.

Nella sua vita religiosa, prima come novizia, poi come professa, quindi come Superiora Generale, la Beata ha vissuto, con gioiosa generosità, la pienezza del messaggio evangelico: la povertà, la castità, l’obbedienza, ed ha dimostrato che la vita consacrata, lungi dal chiudere l’anima in una specie di roccaforte individualistica, le spalanca orizzonti insospettati e inesplorati, le dona misteriose capacità di interiore fecondità; e, terzo aspetto, quello sociale, che a noi sembra ben degno di rilievo nella nuova Beata, ella ha, inoltre, ancora una volta, confermato la grande verità evangelica che l’autentico amore verso Dio è anche vero amore verso gli altri, specialmente i poveri nel corpo e nello spirito (Mt 25,34ss; Gv 15,12ss; 1Gv 2,10ss; 5,16.23). Il suo grande modello è sempre Cristo: “Vivere per Gesù, patire per Gesù, sacrificarsi per Gesù”.

La Beata Maria Enrica ha amato immensamente e teneramente la sua Congregazione che - sotto la sua guida - ha visto crescere e dilatarsi mirabilmente fino alle Missioni in India; ha amato le sue “Carissime figlie”; ha amato i bambini, le ragazze mediante le svariate e geniali iniziative dell’Istituto; ha amato la Chiesa, e il Papa; ha amato e pregato per la sua Patria, in un periodo in cui i rapporti fra il Piemonte e la Sede Apostolica si facevano sempre più difficili e complessi.

Le sue ultime parole, rivolte alle sue Suore, prima di lasciare questa terra, furono: “Raccomando l’umiltà... e l’umiltà”.

Pensiamo che in questa sua parola, semplice e suprema, sia sintetizzato il grande messaggio che la nuova Beata rivolge ai contemporanei.

Umiltà, che diventi, nei confronti di Dio, adorazione. L’uomo impari di nuovo il gesto fondamentale della fede religiosa, che non lo umilia, anzi lo esalta perché gli fa riconoscere la sua dimensione essenziale di creatura. “La fede è oscura - scriveva la Beata - ma ci lascia sempre un lume sufficiente per andare a Dio”.

 

 (Paolo VI, omelia del 7 maggio 1979)

 

 
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